Architetti & Designer: Formafantasma

Un nome ‘programmatico’ e una vocazione internazionale che deriva da una lunga permanenza in Olanda. Etica e sostenibilità sono i valori alla base del loro lavoro

Andrea Trimarchi e Simone Farresin hanno dato vita allo studio Formafantasma nel 2009, ma sono una coppia da oltre vent’anni e da quasi altrettanti lavorano insieme.

Il vostro progetto di tesi per il Master alla Design Academy di Eindhoven nel 2009, ‘Moulding Tradition’, metteva insieme la tradizione ceramica siciliana e la denuncia dei problemi legati all’immigrazione. Si può dire che avete sempre avuto un approccio etico al progetto…

Sì, fin dall’inizio c’è sempre stato il tentativo di capire come il design possa funzionare all’interno di sistemi molto più complessi e come gli oggetti non assolvano soltanto a una funzione di tipo primario, ma anche a una funzione di tipo simbolico e oltre. E a quel tempo, quando eravamo studenti, avevamo già individuato delle problematiche non tanto legate alle questioni dei rifugiati politici o climatici, che arrivavano e arrivano dalle coste del Mediterraneo, quanto piuttosto a come l’idea stessa di politica locale e di nazionalismo sarebbero diventati dei problemi che oggi non ci permettono di osservare il mondo contemporaneo con la dovuta chiarezza. E a come gli oggetti diventino dei sistemi simbolici e politici: la cultura e ciò che noi definiamo tradizione diventano degli elementi, a volte, anche problematici, per il modo in cui vengono utilizzati a livello simbolico e per il modo in cui qualcuno se ne appropria politicamente.

Nel tempo avete creato un iter lavorativo o non avete schemi?

Non abbiamo un iter preciso – dice Simone. Stiamo insieme da più di vent’anni e lavoriamo insieme – ufficialmente – dal 2009, ma in realtà da molto prima. Ci sono certamente delle differenze: Andrea è molto più organizzato di me e io sono quello che, in qualche modo, potrebbe continuare a lavorare fino all’ultimo momento a nuove idee, mentre lui è un quick decision maker. Detto questo, a livello creativo lavoriamo insieme alle cose e il frutto del nostro lavoro non è tanto il disegno, quanto piuttosto la parola, la continua conversazione e discussione tra noi due.

Quali sono i temi etici con cui oggi un designer si confronta?

Sono infiniti. Giustizia sociale e ambientale sono i primi che ci vengono in mente. Teniamo molto al tema dell’ecologia, perché è rilevante per il mondo in cui viviamo ma soprattutto perché ci permette di muoverci oltre la postmodernità e ripensare i modelli che ci hanno portati al nostro stile di vita odierno. E non si tratta soltanto di una necessità, ma anche di una grande opportunità, quella di ripensare veramente il modo che abbiamo di vivere e di abitare il Pianeta.

Anche la collezione di tessuti Untitled per Kieffer ha una forte valenza di sostenibilità… Ma c’è anche un richiamo all’arte: mi riferisco all’idea del ‘wrapping’ utilizzata per la campagna pubblicitaria…

Il percorso che vogliamo fare con Kieffer è lungo ma, soprattutto, ha un obiettivo: continuare a offrire, come si faceva un tempo, all’interno della collezione Rubelli (produttore del marchio Kieffer, ndr), tessuti che siano meno radicati in processi di tipo stilistico – che è appunto una caratteristica più tipica di Rubelli – ma più concentrati sulle tecniche di tessitura, proponendo tessuti che possono entrare nella quotidianità in modo più sottile e ‘tattile’. Questo ci permette di creare una sorta di ‘laboratorio’ per Rubelli sul tema dell’ecologia e della sostenibilità. In questo momento non stiamo disegnando per Kieffer o per Rubelli, ma piuttosto stiamo guidando l’Ufficio Stile interno, lavorando quindi come Creative Director e non come Artistic Director, e questa è la cosa a cui teniamo di più. Vogliamo dare un impianto che possa essere a lungo termine e che perduri più a lungo della nostra permanenza in azienda. Il tessuto è un ambito dove si può lavorare molto, perché ha a che fare con risorse di tipo naturale ma consente anche di usare il sintetico. Vogliamo sottolineare anche che Kieffer non ha l’obiettivo di essere esclusivamente un marchio di fibre naturali, perché ci sono grandi opportunità anche nella lavorazione di materiali sintetici, che spesso hanno anche una durata maggiore rispetto ad altre fibre, specialmente in applicazioni di tipo tecnico. Per quanto riguarda il riferimento all’arte, il nostro primo obiettivo con il ‘wrapping’ era fornire semplicemente uno strumento che aiutasse a visualizzare le possibilità del tessuto in modo astratto ma, allo stesso tempo, molto tangibile. Ovviamente sì, ci sono inevitabili riferimenti al mondo dell’arte, da Christo fino all’arte povera, ma quello è un byproduct, una conseguenza di un’esigenza molto più funzionale, che è quella di visualizzare le capacità dei tessuti di performare e di non essere mostrati soltanto come semplice rivestimento di un pezzo d’arredo.

Progettare per una galleria o per un brand, intervenire come creative agency o fare un allestimento, modifica il vostro approccio?

Le cose sono radicalmente diverse una dall’altra, ma non è una questione di qualità quanto di possibilità e di problematiche. Ogni contesto ha le proprie. Molto spesso il designer viene raccontato senza considerare i diversi contesti in cui si trova a operare. Non abbiamo preferenze particolari: ciò che fa la differenza è la committenza. Seguiamo anche progetti indipendenti, non solo per gallerie ma anche per musei, che sono esclusivamente di ricerca e quello ci sta dando grandi soddisfazioni perché è in quel caso che abbiamo l’opportunità di dedicare del tempo ad aspetti che di solito nelle commissioni non si ha possibilità di seguire.

Siete rientrati in Italia da qualche anno, dopo un lungo periodo olandese. Come va?

Siamo molto felici di essere tornati in Italia e di avere il nostro studio principale a Milano, dopo gli anni passati tra Eindhoven, Amsterdam e Rotterdam.

Abbiamo scelto il nome quando ancora studiavamo. Vuole sottolineare che per noi la forma è la conseguenza di un processo e non un fatto solamente estetico.

2010 – Coll. Moulding Tradition [Libby Sellers Gallery]

2013 – Tappeto The Stranger Within [pezzo unico, Nodus Rug]

2016 – Tavolino Domus, coll. Delta [Galleria Giustini / Stagetti]

2017 – Tortiera Pigmento [Nude]

2018 – Lampada parete Wirering [Flos]

2019 – Vasi Clay [Bitossi]

2021 – Assab Collection [DiSé]

2022 – Chandelier Light Fold [Maison Matisse]

2022 – Coll. Post Scriptum [Cassina – Ginori 1735]

2023 – Tessuto Feral, coll. Untitled [Kieffer]

Progetti futuri?

Sono molte le collaborazioni che proseguiranno per la prossima Design Week. Tra queste c’è quella con Flos: un progetto con una forte componente tecnologica, a cui teniamo tantissimo e al quale abbiamo lavorato per 4 anni!

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