Progettare con la luce: intervista all’architetto Giulio Camiz

‘L’architettura è il gioco sapiente, rigoroso e magnifico, dei volumi assemblati nella luce’, così Le Corbusier nel 1923 legava in modo indissolubile la sua idea di architettura al fenomeno della luce naturale.

Le condizioni di comfort visivo costituiscono il presupposto per una progettazione ottimale, sia riguardante la luce artificiale, che e soprattutto quella naturale che può migliorare l’efficienza energetica della casa, permettendo di ricorrere alla luce artificiale lo stretto necessario.

Gli esperti concordano nell’affermare il ruolo determinante esercitato dalla luce naturale sullo stato d’animo, sulla fisiologia, sulla psicologia e sul benessere dell’essere umano. L’impiego della luce naturale impone, in fase progettuale, uno studio approfondito, a tal riguardo abbiamo posto alcune domande all’architetto e Daylight Specialist Giulio Camiz.

Lei si occupa di formazione per architetti e tecnici. Crede che alla pianificazione illuminotecnica naturale venga riservato il giusto peso nella progettazione?

Purtroppo no, né in ambito progettuale né in ambito formativo. Sebbene la luce sia così rilevante nelle nostre vite, i progettisti mediamente non sono abituati a progettarla: c’è una grande responsabilità culturale (il tema è scarsamente trattato dall’accademia, dai media, dagli ordini professionali) ma anche del regime approvativo nazionale (allo stato attuale, a un tecnico non viene chiesto neanche di rendere conto dei livelli di luminosità degli ambienti che disegna).

La luce naturale è al centro della sua ricerca progettuale perché è così importante l’uso di quella zenitale e quali sono i maggiori benefici?

I motivi sono molti, Dal punto di vista analitico, la luce proveniente da un dispositivo zenitale – un’apertura sul soffitto, in linea di massima – è molto più intensa di quella proveniente da una finestra verticale, e questo dipende dalla maggior ‘quantità di cielo inquadrata’ (laddove il cielo rappresenta la sorgente luminosa principale per l’illuminazione degli spazi) e dalla frequente assenza di ostruzioni rispetto alla vista del cielo e del sole, La luce zenitale, data la posizione delle aperture da cui dipende, è anche ottimale in quanto a livelli di distribuzione: sfruttando il soffitto, infatti, la si riesce a portare più in profondità negli ambienti.

Dal punto di vista percettivo, le sorgenti zenitali tendenzialmente non provocano abbagliamento, dato che occupano in genere una posizione periferica nel campo visivo, e riproducono più fedelmente le condizioni che abbiamo negli ambienti esterni, all’aperto, in cui sole e cielo sono sopra di noi; questo comporta una maggiore sensazione di apertura e “naturalità. Per menzionare un aspetto tecnologico, le aperture zenitali possono essere schermate (per protezione dall’eccessivo irraggiamento, per esempio), senza che questo entri in contrasto con la possibilità di vedere fuori (che di solito non è tra le prestazioni richieste a una finestra su tetto, a differenza di quanto accade con le finestre verticali).

Perché sentiamo sempre parlare del rapporto aero-illuminante (RAI) e poco del fattore medio di luce diurna (Fmld), ovvero la quantità minima di luce richiesta per rendere abitabile un edificio o una mansarda?

I primi parametri illuminotecnici sono entrati nel nostro regime normativo negli anni sessanta. Il FmLD è stato riconosciuto come fondamentale nella valutazione della salubrità degli spazi (Circolare Ministero LL. PP. n. 3151 22/5/1967), ma richiede un calcolo piuttosto complesso, che mette insieme caratteristiche e variabili geometriche con coefficienti dati dai materiali e dalle ostruzioni. Né, all’epoca, avevamo computer e programmi di calcolo in grado di darci risultati precisi con poco sforzo. Quindi, il rapporto tra la dimensione delle finestre e quella del pavimento di una stanza (cosiddetto RAI) è stato usato fin dagli anni ’70 in sostituzione del calcolo del FmLD, nella convinzione che i due fossero in linea di massima intercambiabili. Purtroppo, non è così, e ora abbiamo gli strumenti per verificarlo. Il fatto di poter contare su modelli digitali e software, ci consente inoltre di tornare ai livelli di accuratezza che la normativa richiedeva, liberandoci finalmente dal fardello del RAI. Ma le abitudini sono difficili da cambiare, soprattutto quando apparentemente rappresentano una semplificazione del processo progettuale e di quello approvativo…

È vero che una finestra da tetto garantisce un fattore medio di luce diurna doppio rispetto a quello ottenuto con l’utilizzo di una finestra verticale e triplo rispetto all’abbaino?

Il piano su cui si apre una finestra (verticale o orizzontale) rappresenta solo una delle variabili geometriche da cui la luce dipende, così come la presenza di ostruzioni rispetto alla vista del cielo (come nel caso dell’abbaino). Ce ne sono molte altre da considerare per una valutazione precisa: ad esempio, la dimensione delle aperture, il loro numero, la posizione sul piano e rispetto alla pianta, l’eventuale posizione reciproca tra le finestre, ma anche il colore delle superfici, la trasparenza dei vetri… Tuttavia possiamo dire che, a parità di altre variabili, il fatto di orientare un’apertura verso l’alto corrisponde ad un aumento marcato della sua efficienza illuminotecnica (in realtà fino a 6 volte, rispetto alla classica posizione verticale) e che le pareti attorno agli abbaini rendono molto difficile l’ingresso di luce (dato che ostacolano la vista del cielo), fino a diminuirla anche di più del 50%.

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